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La relazione del Presidente Fabio Melilli

La relazione del Presidente Fabio Melilli

News    29/11/2005

Sig. Ministro, cari colleghi, care colleghe, carissimi ospiti,

apriamo i lavori della nostra Assemblea Generale, in questo splendido luogo, grande simbolo della città di Napoli e della forza turistica e culturale della città.
Ringrazio Rosa Iervolino per l’attenzione e la cortesia che ci ha riservato, il Presidente della regione Antonio Bassolino per la sua presenza ed il Presidente della Provincia  Dino Di Palma per aver messo a nostra disposizione i suoi uffici ed averci offerto un esempio di efficienza e di stile che non abbiamo mancato di notare.

Sono davvero soddisfatto, perché la scelta di allontanarci anche fisicamente da Roma non è casuale, ma dà corso all’impegno che abbiamo assunto al Congresso, di avvicinare sempre di più l’Associazione ai territori del nostro paese.
La vostra presenza, così numerosa, mi convince della bontà della nostra scelta.

Dibatteremo in questi tre giorni delle questioni che ci stanno più a cuore, della forza delle province italiane, dei nostri rapporti con il governo e con le regioni, della necessità di contribuire alla costruzione di pubbliche amministrazioni moderne ed efficienti, pienamente consapevoli delle difficoltà che il paese attraversa e senza mai dimenticare il nostro ruolo istituzionale.

 
Il quadro economico nazionale ed il quadro istituzionale

La situazione economico – finanziaria del paese è nota a tutti voi, la nostra economia avverte qualche timido segnale di ripresa ma non si riesce, almeno nelle previsioni  dell’Istat e dell’Ocse, a superare la fase di sostanziale stagnazione mentre gli altri paesi europei registrano una crescita media dell’ 1,5% del Pil.

Un’ Italia il cui debito pubblico, ci dice la Banca d’Italia, è in continua crescita: 1.527,9 miliardi di euro in settembre, il 2,8% in più del 2004.

L’Unione Europea attesta per il 2006 un rapporto deficit – Pil del 4,2%, circa cinque miliardi in più del previsto, e il rischio di sforare il tetto a cui sostiene di potersi attestare il Governo non è certo scongiurato.

Non aiutano la congiuntura internazionale, la svalutazione del dollaro, il prezzo del petrolio, l’irrompere dei paesi asiatici sui mercati internazionali.

Di fronte a questo scenario, in un paese normale, si aprirebbe un confronto serrato tra le istituzioni, tra i diversi livelli di governo, per cercare soluzioni, per tentare di condividere un percorso dove ognuno viene chiamato a fare la sua parte nell’interesse del paese.
Perché è ormai chiaro a tutti che l’assetto policentrico dei poteri che abbiamo costruito negli ultimi anni, dà grande rilevanza ai territori ed alla loro capacità di competere, assegna una funzione strategica ai temi dello sviluppo locale e fa assumere ai sistemi locali un ruolo che non può più essere ignorato se si vuole  davvero aiutare la ripresa.

Si può, in un paese complesso come il nostro, dare efficace risposta, dal centro, a temi decisivi quali l’emersione del lavoro nero, l’evasione fiscale, la modernizzazione della pubblica amministrazione, l’accelerazione degli investimenti infrastrutturali e potrei continuare ad elencare azioni decisive per lo sviluppo.

Si può alimentare la crescita senza realizzare una condivisione effettiva sugli obiettivi, senza che esistano elementi di coesione tra i soggetti nazionali e locali, pubblici e privati e ci sia consenso delle comunità sulle grandi scelte decisive per lo sviluppo?

Noi crediamo di no e lo affermiamo con convinzione perché da tempo è questo il nostro principale mestiere: quello di mettere intorno ad un tavolo gli attori dello sviluppo e ragionare insieme sulle questioni centrali dell’economia, dalla riconversione dei distretti industriali, all’internazionalizzazione delle nostre imprese, dalla costruzione di percorsi di formazione condivisi, alla valorizzazione delle vocazioni dei nostri territori.

In un paese normale, di fronte ad una crisi e ad una congiuntura così difficile, ci saremmo aspettati richieste di sacrifici, condivisione degli obiettivi di risanamento, coinvolgimento sulla destinazione delle risorse destinate allo sviluppo.

Ed invece forse perché la normalità è traguardo ancora lontano, il governo ha scelto di ignorare le ragioni delle autonomie come ha deciso di evitare il confronto con le parti sociali.

Non c’è mai stata una finanziaria, negli ultimi anni, che, entrata in parlamento con un testo sia uscita senza la minima modifica, neppure su materie che non hanno incidenza sulla spesa.

Non c’è mai stata, negli ultimi anni, la necessità di giungere a gesti eclatanti, a mobilitazioni in tutto il paese, per essere convocati dal presidente del consiglio, obiettivo sicuramente più facile rispetto alla possibilità, che ci è stata concessa solo qualche giorno fa, di incontrare il ministro dell’economia.

E a poco sono valse le molteplici intercessioni del Ministro La Loggia, al quale va dato atto più di ogni altro, di aver esercitato la  virtù della pazienza, e di aver svolto con convinzione un  ruolo di mediazione che purtroppo, non per sua colpa, non ha dato grandi frutti.

Forse qualche errore nel passato è stato commesso nell’assegnare un ruolo eccessivo al ministero dell’Economia, che ha finito, di fatto, per svilire il rapporto con i singoli rappresentanti del governo.

Verrà presto il tempo, signor Ministro, in cui ci troveremo a riflettere sull’insufficienza degli strumenti di confronto interistituzionale in un paese che ha l’ambizione di strutturarsi come un paese federale e delle occasioni perse perché anche all’interno della nostra carta costituzionale tali strumenti fossero codificati.

Tutto potevamo immaginare, quando in molti abbiamo condiviso la riforma costituzionale del 2001, meno che avremmo vissuto un tempo di restaurazione dal sapore centralista nelle scelte di maggiore rilevanza, dalle leggi finanziarie, alla legge obiettivo, ai decreti ambientali, al decreto sulla competitività.


La legge finanziaria

Riteniamo profondamente sbagliata una finanziaria che taglia in modo così rilevante le capacità di spesa delle istituzioni locali, limitando drasticamente la nostra azione, toccando al cuore i servizi offerti alle collettività.
 
Nel 2004 solo 2 Province sul 100 non sono riuscite a rispettare il patto di stabilità interno. E a dirlo è la Corte dei Conti, nell’ultimo rapporto al Parlamento sullo stato dei bilanci degli Enti locali del luglio scorso.

Ma lo abbiamo fatto con difficoltà enormi, a causa di una politica economica che ha prodotto manovre finanziarie sempre più inique per noi e inaccettabili, sottraendo ogni nuovo anno, cospicue risorse ai nostri bilanci.

A determinare questa situazione sono stati due elementi: il primo, come già accennavo prima, è il patto di stabilità interno, la cui applicazione ci trova contrari da almeno quattro anni, e che invece continua a peggiorare di finanziaria in finanziaria; l’altro è la mancata attuazione del federalismo fiscale su cui tornerò.

Il patto di stabilità ad ogni manovra si è andato sempre di più allontanando dalla impostazione iniziale e dalle caratteristiche previste dall’Unione Europea, un patto che non tiene affatto conto delle nostre specificità, che ci viene imposto e che si abbatte sui nostri bilanci tagliando indiscriminatamente risorse.

Dal 2001 ad oggi ogni anno sono cambiate le regole, e questo non ci ha permesso di avere certezze: per questo, prima di tutto, vogliamo che si definisca una struttura almeno triennale del patto, così da poter compilare i nostri bilanci con la necessaria possibilità di programmare, uscendo fuori da questa schizofrenia che caratterizza l’azione del governo sui nostri conti.

E non siamo solo noi a dirlo: ancora, la Corte dei Conti,  parlando dell’impatto della finanziaria 2005, ha rilevato come questa manovra sia, cito alla lettera “alquanto restrittiva nei confronti degli enti locali, con una riduzione delle risorse finanziare e della loro stessa autonomia”.

E ancora, a proposito del meccanismo del Patto di stabilità interno per il 2005, dice che “il controllo concentrato sulla spesa comporta limitazioni allo svolgimento delle funzioni” tanto da potersi ritenere “poco consono alla maggiore autonomia finanziaria e funzionale affermata dalla recente riforma costituzionale”, sottolineando che dal Governo sono arrivate  “risposte insufficienti e frammentarie e sempre più orientate verso una limitazione della potestà normativa e tributaria delle Province e dei Comuni”.

Certo, date queste premesse, ci si sarebbe aspettati un cambiamento di rotta nella stesura della nuova manovra finanziaria.

Un atteggiamento nuovo, questo chiedevamo a luglio al Governo, quando fummo invitati a conoscere il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria, e quando, nonostante le nostre legittime proteste per un piano cui non eravamo mai stati chiamati a contribuire, ci si presentò un testo vuoto, privo di contenuti; un quadro macroeconomico imposto dall’Unione Europea, per stessa ammissione dell’allora Ministro dell’Economia Siniscalco.

Allora chiedemmo di aprire una discussione, perché potessimo anche noi, insieme alle Regioni e ai Comuni, contribuire a definire le regole che avrebbero permesso al Paese di rispettare gli obiettivi europei. Chiarimmo subito che ci saremmo presentati con proposte alternative, ma con l’atteggiamento costruttivo che caratterizza da sempre il nostro approccio al dialogo con il Governo.

Ci si rispose che per il Dpef non c’era tempo per dare spazio al dibattito, ma che per la finanziaria avremmo ottenuto da subito, anche a partire da agosto, tavoli di concertazione, così da arrivare preparati alle scadenze autunnali.

E invece? Invece, al solito, nulla: niente convocazioni, niente incontri, niente concertazione. Niente. Solo tagli, quelli sì, ed anche pesanti.

Basti pensare al taglio del 6,7% sulla spesa corrente, una impostazione che per le Province è assolutamente impraticabile, e che renderà  impossibile per molti rispettare gli obiettivi del patto nel 2006.

Non siamo riusciti nemmeno a spiegare che, avendo avuto nuove competenze negli ultimi anni, il riferimento alla media del triennio 2001/2003 ci pone fuori del patto già nel primo semestre dell’anno.

Basti pensare, ancora, al limite del 10% di incremento alle spese per gli investimenti, previsto dalla finanziaria 2005, che incide proprio sulle scelte che a gran voce ci chiedono le imprese e i cittadini.

Quale crescita può registrare il nostro Paese se si bloccano gli investimenti sul territorio, frenando opere già in corso di realizzazione e impedendo agli Enti locali di continuare a progettare?

Qualcuno si sta accorgendo che il sistema pubblico del nostro paese si sta trasformando per le nostre imprese da cliente ambito a cliente indesiderato per l’inaffidabilità nei pagamenti e per l’incertezza dei tempi?

Ecco perché l’Upi ha dovuto affermare a gran voce che questa manovra oltre che ingiusta, è impraticabile! Perché è una finanziaria che mette a rischio la nostra stessa capacità di amministrare i territori,  e che ha bisogno di essere corretta.

Ancora una volta si ripropongono norme che continuano a perpetrare l’errore di imbrigliare le Province, senza che vi sia un sistema premiale per gli enti rispettosi, con sanzioni sempre più aspre,  in cui la prospettiva di virtuosità con il calcolo del disavanzo è andata perduta, per lasciare spazio alla logica del tetto alla spesa.

Quando invece l’unica strada percorribile è quella di ritornare ad un meccanismo di saldi, perché  in questo modo si consente di valorizzare il ruolo delle Province negli investimenti per lo sviluppo locale e di garantire la prosecuzione corretta ed efficace del decentramento amministrativo, dando nuovo ossigeno a tutto il sistema produttivo e imprenditoriale locale.

 I tagli

Un sistema che invece rischia di essere drammaticamente frenato, come è evidente, se andiamo a vedere in che modo agiranno i tagli alle spese sui bilanci delle Province.

Si tratta di più di 400 milioni di euro, che significano
 
• 87 milioni di euro in meno per la manutenzione degli edifici scolastici e la    formazione professionale;
• più di 55 milioni di euro tolti agli interventi per l’agricoltura, il commercio e l’artigianato;
• quasi 50 milioni di euro tagliati dalle risorse per la manutenzione e la sicurezza delle strade provinciali;
• 45 milioni di euro che non potranno più essere destinati a incentivare il trasporto pubblico;
• quasi 30 milioni di euro sottratti alla salvaguardia dell’ambiente, dallo smaltimento dei rifiuti alla raccolta differenziata, alla tutela delle aree protette.

Ed è paradossale che a oltre a questo si sia scelto di agire in maniera ancora più pesante sul fronte del welfare, con il taglio in corso d’anno delle risorse destinate al Fondo per le politiche sociali.

518 milioni di euro in meno, che il sistema ha già speso e che servono a sostenere la parte più debole del Paese: anziani, disabili, bambini, disoccupati, persone che vivono in condizioni di povertà, spesso senza una casa per loro e per le loro famiglie.

518 milioni di euro in meno anche per il 2006 che, insieme alla drammatica situazione della nostra sanità, costringeranno le regioni a tagliare ancor di più spese che riguardano direttamente le nostre competenze

Per questo siamo stati costretti ad alzare il tono della protesta, a muoverci insieme alle forze sociali, al volontariato ed ai sindacati, per rappresentare al governo il rischio di indebolimento della coesione sociale e dello stesso Paese.

Le politiche del personale

Ma non si tratta solo di dover amministrare con meno risorse: il fatto è che quest’anno, in evidente contrasto con qualsiasi impianto federalista, siamo stati vincolati anche nelle nostre decisioni organizzative ed è stata ridotta ancora di più la nostra autonomia.
 
L’esempio lampante riguarda le politiche per il personale previste nelle norme della Finanziaria, con il perdurare del blocco del turn over e il taglio aggiuntivo dell’1% alle spese di personale del 2004 che riteniamo comunque incostituzionale.

Pochi si sono chiesti infatti quali sarebbero le ripercussioni del blocco delle assunzioni, che ormai va avanti da più di tre anni,  e del taglio alla spesa corrente imposto dalla finanziaria sui livelli occupazionali del Paese e sul funzionamento stesso della pubblica amministrazione.

Questo perché negli uffici del Ministero dell’Economia si è voluto ignorare una domanda fondamentale: come fanno i Comuni, le Province le Regioni a funzionare, a lavorare, a portare avanti i loro impegni, con il blocco del turn over magari mentre, almeno per quanto ci riguarda, arrivano nuove funzioni dalle Regioni e dallo Stato, senza personale?

Lo facciamo con efficienza, senza che la spesa del personale incida più del dovuto sui nostri bilanci, qualificando però sempre di più i dipendenti delle nostre amministrazioni, tanto che dal 2000 al 2004 i laureati sono aumentati del 4% circa, e ricorrendo inevitabilmente a forme di lavoro flessibile perché esse rappresentano l’unica soluzione

Oggi nelle Province quasi 6.000 giovani hanno tali contratti e, credo per una forma che definirei di accanimento terapeutico, il blocco del personale ha voluto incidere anche su tali forme di occupazione che peraltro, per inciso, permettono al Presidente del Consiglio di dichiarare l’aumento dell’occupazione nel nostro paese.
Domani, con questa finanziaria, almeno 3.000 di essi nelle province ed altre decine di migliaia nei comuni e nelle regioni rischiano di essere mandati a casa. 

 Il federalismo fiscale

Qualche sera fa tra le tante dichiarazioni politiche che ascoltiamo quotidianamente, una più di ogni altra mi ha lasciato esterrefatto.
Il ministro dell’economia ha dichiarato che la colpa di una finanziaria impopolare nei confronti delle regioni e delle autonomie è la mancata attuazione del federalismo fiscale.
E lo ha dichiarato come se lui fosse davvero appena arrivato, e non avesse invece costruito libri bianchi, sfornato proposte su proposte, istituito alte commissioni, teorizzato ogni anno che quello sarebbe stato l’ultimo prima della riforma.

C’è una norma della Costituzione, l’articolo 119,  che attende da anni di essere attuata, e che sancisce l’autonomia finanziaria di entrata e di spesa per Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni, precisando che gli enti hanno risorse autonome e superando, almeno concettualmente, il sistema della finanza derivata per gli enti locali.

Ed è una norma che, al pari dell’art. 114 e dell’art. 118, la recente riforma costituzionale non modifica e quindi dobbiamo ritenere che sia condivisa da entrambi gli schieramenti.

Continuare a fare finta che non esista non fa che aggravare le condizioni del Paese e rendere sempre più difficili i rapporti tra il Governo e le istituzioni.

Ci voleva una sentenza della Corte costituzionale sul “decreto tagliaspese” del 2004, per attestare che, recito dal testo, “il legislatore statale può legittimamente imporre agli enti autonomi vincoli alle politiche di bilancio, ma solo con disciplina di principio e ragioni di coordinamento finanziario connesse ad obiettivi nazionali”, mentre imporre alle Regioni e agli Enti locali la riduzione di specifiche voci di spesa dai rispettivi bilanci è lesivo dell’autonomia finanziaria, incidendo negativamente sulla generalità delle loro competenze legislative e amministrative.

Per questo, d’altronde, era nata l’Alta Commissione di studio per il federalismo fiscale: perché insieme si trovasse una soluzione capace di fornire al Governo gli strumenti per dare attuazione al federalismo fiscale.

Curioso però: dell’Alta Commissione si è parlato molto alla sua istituzione, un po’ meno quando si è trattato di prolungarne i lavori perché , mancando le indicazioni del Governo, non si riusciva a dare il via agli studi, mentre la chiusura dei lavori, che per la cronaca c’è stata a settembre, è caduta nel più totale silenzio.
Nessuno ha convocato i rappresentanti delle istituzioni, la stampa, il mondo dell’economia e della finanza, per illustrare i risultati cui si è giunti.

L’ Upi, ha contributo ai lavori, abbiamo consegnato le nostre proposte, ribadendo ancora una volta, e anche in questa occasione, che alle Province serve quanto prima un quadro certo, che consenta di avere a disposizione strumenti di imposizione fiscale adeguati e congrui, accanto ad una compartecipazione ad un grande gettito erariale.

 L’attuazione della riforma costituzionale del 2001

Dopo l’approvazione della riforma costituzionale del 2001 le Province, insieme alle Regioni e ai Comuni, hanno cercato di sollecitare l’attuazione delle nuove disposizioni del titolo V, che erano in gran parte il frutto di proposte unitariamente elaborate dal sistema delle autonomie.
Come tutti sanno, per dare compiutezza e coerenza al percorso avviato con la riforma costituzionale erano per noi prioritari l’attuazione del federalismo fiscale, l’istituzione della Commissione parlamentare integrata con rappresentanti delle autonomie, l’individuazione delle funzioni fondamentali di Comuni – Province – Città metropolitane, la definizione dei principi nella legislazione concorrente per consentire allo Stato e alle Regioni di legiferare senza conflitti secondo il nuovo riparto delle competenze legislative.
Ma era soprattutto prioritario dare attuazione, anche da parte delle regioni, all’articolo 118 che attribuisce la generalità delle funzioni amministrative ai comuni e poi via via ai livelli superiori secondo il principio di adeguatezza.
Nulla di tutto ciò è avvenuto e pur riconoscendo alla maggioranza di governo la non condivisione dei nuovi principi, si sarebbe comunque potuto dare attuazione almeno alle norme su cui c’era un accordo sostanziale.
Il dibattito politico è stato a lungo occupato dalla necessità di ridisegnare le competenze legislative e semplificare l’assetto delle concorrenti, sulle quali peraltro credo ci fosse oggettivamente la necessità di una più razionale definizione, ma nessuno si è preoccupato di dare attuazione alle norme costituzionali che nascevano per rendere più snello il paese, per dare risposte più efficienti ai cittadini, per dare modernità alla pubblica amministrazione.
Non sono forse questi ultimi i motivi dominanti che negli anni scorsi hanno portato la gran parte della classe politica a condividere, seppur nelle diversità, la necessità di dare un impianto federalista al paese?
Siamo riusciti, a costituzione invariata, pur in mezzo a mille contraddizioni e con la difficoltà di quantificare correttamente le risorse, a spostare competenze, funzioni e personale e non si è nemmeno provato a proseguire su quella strada quando il principio di sussidiarietà è stato costituzionalmente sancito.
Le regioni italiane, invece di snellire i propri apparati hanno creato sovrastrutture su ogni materia, in qualche caso riappropriandosi di funzioni in precedenza cedute, arrivando ad occupare grandi spazi di gestione e snaturando persino i principi ispiratori del legislatore del 1948.
Il Parlamento ha costruito una legislazione che ha centralizzato di fatto le decisioni pubbliche, motivando le scelte o con la necessità di snellimento e velocizzazione (vedi la legge obiettivo, che doveva essere riferita alle grandi opere e che finisce per interessare anche realizzazioni di inequivocabile valore locale), o con la giustificazione del controllo dei conti pubblici (che ha introdotto meccanismi, vincoli e controlli da far invidia alla migliore legislazione napoleonica).
Nemmeno noi siamo esenti da critiche quando dimentichiamo di essere serventi rispetto alle collettività locali, alle debolezze dei piccoli comuni, alla necessità di dare spazio e valore alle formazioni sociali di cui è ricco il nostro paese.
Abbiamo perduto tutti troppo tempo ed oggi siamo costretti a certificare, ancora una volta, il malessere delle imprese rispetto alle lungaggini della burocrazia, alla perdita di competitività del paese, alle occasioni perdute sulla via della modernizzazione, che ci vede arrancare rispetto ai cambiamenti di paesi europei che hanno invece utilizzato questi anni per riformare alla radice il loro sistema pubblico.
La prossima legislatura affronterà, perché è inevitabile che ciò accada, il tema del riordino istituzionale sul quale oggi assistiamo ad una gara a chi individua l’ente da sopprimere (qualcuno ha parlato anche di noi), salvo poi subito dopo crearne di nuovi.
Sarà inevitabile e dovremo tutti contribuire ad un ridisegno che toccherà ogni livello istituzionale, toccherà enti, organismi, commissari, agenzie e società se davvero vorremo dare una mano al paese. 
Avvertiamo anche noi, come i cittadini e le imprese, l’esigenza di procedere urgentemente ad un riordino istituzionale che consenta finalmente il superamento degli sprechi e delle duplicazioni nell’organizzazione dei poteri pubblici, eliminando gli enti inutili, gli organismi paralleli, la sovrapposizione delle burocrazie, che assorbono risorse pubbliche senza un riscontro concreto visibile e al di fuori del controllo sociale.
Questo è tema che deve essere affrontato con coraggio e senza inutili demagogie.
Le Province sono pienamente consapevoli di tale necessità; esse non si  chiuderanno nella difesa corporativa delle loro competenze, ma sono pronte a far crescere tale dibattito nel paese.

Le Province oggi : ambiente, turismo, scuola, occupazione .

Ambiente, turismo, scuola, occupazione: è questo il titolo dell’Assemblea di quest’anno perché queste sono le funzioni che più di tutte negli ultimi anni abbiamo visto crescere, e che ci hanno legato sempre di più ai cittadini, alle imprese, alle forze sociali ed economiche.

Che hanno reso il Paese “L’Italia delle Province”.

Oggi le Province

– gestiscono 145 mila chilometri di strade, l’84% del totale della rete stradale nazionale;
– incentivano l’uso del trasporto pubblico;
– coordinano la programmazione del dimensionamento scolastico;
– hanno la manutenzione di oltre 4.300 edifici scolastici tra istituti tecnici e medie inferiori, per un totale di 87.500 classi e più di due milioni di allievi;
– gestiscono 2.700 palestre scolastiche, impegnate per il 100% in attività extrascolastica e più di mille impianti sportivi; sostengono in modo decisivo l’attività sportiva dilettantistica;
– dirigono 600 centri per l’impiego, cui ogni anno fanno riferimento migliaia di giovani in cerca di occupazione;
– gestiscono l’obbligo formativo con innovativi programmi di istruzione;
– gestiscono in molte parti del territorio nazionale la programmazione urbanistica;
– salvaguardano l’ambiente e le risorse idriche e svolgono un ruolo di coordinamento territoriale in tema di protezione civile;
– sono protagoniste nella promozione dell’utilizzo di nuove forme di energia alternativa e delle nuove tecnologie;
– sono protagoniste della crescita dei sistemi turistici locali.


Mi limito ad elencare solo le funzioni principali che ci hanno consentito di entrare a pieno titolo e con determinazione nel dibattito politico che su questi temi si è sviluppato.

A partire dalla riforma del II ciclo dell’istruzione, su cui l’Upi ha espresso forti critiche, richiamando il Governo a riflettere sull’esigenza di coordinare meglio le politiche di istruzione con quelle della formazione professionale e sulla  centralità del nodo delle risorse finanziarie, necessarie per sostenere gli oneri inevitabilmente connessi, e che ricadranno, soprattutto, sulle Province.

Ancora più difficile è stato il dibattito sullo decreto legislativo sull’ambiente, approvato dal Consiglio dei Ministri il 18 novembre scorso.

In realtà sarebbe più giusto raccontare di quanto sia stato difficile procedere in assenza di un confronto, e di come il Governo abbia scelto di approvare una riforma che avrà conseguenze a nostro avviso molto gravi oltre a presentare evidenti connotati di incostituzionalità.

Quello che chiedevamo, era il rispetto dell’accordo sottoscritto nell’ottobre 2001 dal Ministro dell’Ambiente con i presidenti di Regioni, Anci e UPI in cui si concordava di “operare pariteticamente nell’elaborazione legislativa ai fini di conseguire gli obiettivi condivisi”.

Per tutta risposta non solo non siamo mai stati ascoltati, ma il decreto approvato, ci ha completamente ignorati, accentrano le competenze, spogliando le Province dei loro compiti di pianificazione, autorizzazione e controllo, compiti su cui in questi anni abbiamo saputo investire in termini di risorse economiche, di progettualità, di risorse umane.

Uno sforzo testimoniato dai dati di bilancio, che mostrano come dal 2000 al 2004 gli investimenti delle Province in questo specifico settore abbiano fatto registrare gli incrementi più significativi: il 238%  in più per la tutela ambientale e il 182% in più per la gestione del territorio.

In questi anni le Province hanno trasformato la scelta ambientalista in strumenti concreti dell’amministrazione del territorio, promuovendo  la sensibilizzazione e la diffusione della salvaguardia della biodiversità, formando a questo scopo il personale, puntando sullo sviluppo di un turismo sostenibile, capace di integrarsi a pieno titolo con la salvaguardia dei territori come anche delle tradizioni, della storia, della cultura dei luoghi.

Proprio nel legame tra ambiente, territorio, cultura e turismo, le Province si sono mosse in prima fila, in termini economici, destinando alla promozione ogni anno almeno 100 milioni di euro, utilizzati per realizzare eventi ed appuntamenti il cui successo si è imposto a livello nazionale.

Il Paese, grazie al nostro lavoro, vive di un’estrema, variegata, vivacità di appuntamenti creati per promuovere il territorio e valorizzare i nostri beni culturali: eventi, mostre, festival teatrali, iniziative di valorizzazione dei prodotti tipici, spettacoli, manifestazioni sportive. Mille iniziative che richiamano visitatori, al di fuori delle grandi città d’arte e dei circuiti più frequentati.

Grazie al nostro lavoro, cresce lo sport, lo sport per tutti, cresce l’impiantistica e crescono le occasioni di impegno per i nostri giovani, anche nei piccoli centri e nei luoghi dove l’imprenditoria privata non trova convenienze per investire.

Certo si può fare di più, occorre concentrare l’impegno e non disperdere le risorse, ma da qui a banalizzare il lavoro degli enti locali, come sperpero e spreco, ce ne corre.
E’ una mancanza di rispetto nei confronti di chi tenta di dare risposte alle aree deboli del paese ed è un errore gravissimo di chi pensa di essere immune dalle critiche e non si accorge che così si delegittima l’intera classe politica.

Non è un caso che lo fa chi non ha conosciuto la fatica della trincea e del governo di amministrazioni vicine ai cittadini.

Proprio il mese scorso, dopo una lunga battaglia il Governo ha accettato di includere i rappresentanti di Anci e Upi nel nuovo Comitato Nazionale per il Turismo.

Diamo atto al Ministro delle Attività Produttive, Claudio Scajola,  di avere ritenuto opportuno correggere una disattenzione del Parlamento, ma vogliamo ribadire che la presenza delle Province all’interno del Comitato è prima di tutto una grande opportunità e un motivo di arricchimento politico e strategico per il Governo stesso, perché non è possibile immaginare una politica del turismo efficace, senza che questa sia fortemente legata alla programmazione dello sviluppo locale.

E’ stato invece un errore non prevedere la presenza del sistema locale nella nuova Agenzia Nazionale per il Turismo e nell’Osservatorio Nazionale per il turismo.

Sul tema del lavoro credo che il sistema possa ritenersi soddisfatto della capacità innovativa delle province italiane nella costruzione dei nuovi centri per l’impiego.

Qualcuno ricorderà i vecchi uffici di collocamento, la loro acclarata insufficienza rispetto al rapido evolversi del mercato del lavoro.

Abbiamo accettato una sfida difficile; senza risorse e senza timori nei confronti dei privati abbiamo in poco tempo investito in tecnologia e nella qualificazione degli operatori divenendo presto capaci di accogliere e offrire risposte efficienti sia ai cittadini che alle imprese, di favorire l’incontro tra chi cerca e chi offre lavoro, di promuovere percorsi di formazione.

Le nostre agenzie per la formazione avviano ogni anno percorsi innovativi, l’obbligo scolastico viene garantito attraverso iniziative formative costruite sempre di più con le imprese presenti sul territorio e con un migliore utilizzo dei fondi europei.

Che senso ha allora restare indifferenti alla nostra richiesta di escludere dal patto di stabilità i fondi europei rischiando così di vanificare tutti gli sforzi che il sistema regionale e locale ha fatto soprattutto nel sud del paese per drenare risorse comunitarie a favore dei territori svantaggiati?

Le risorse delle Province

I temi che tratteremo in questi giorni dimostrano in maniera evidente quanto la crescita economica ed i livelli occupazionali non siano variabili indipendenti dall’incisività delle azioni che le Province, i Comuni e le Regioni ormai svolgono da tempo.

Una condizione da cui non è possibile tornare indietro.

Una recente ricerca del nostro ufficio studi dimostra che abbiamo imparato a spendere al meglio quello che abbiamo a disposizione ed a concentrare le nostre risorse sugli interventi per lo sviluppo. Oltre agli investimenti per l’ambiente e a quelli per la viabilità, abbiamo raddoppiato i fondi a disposizione per la promozione del turismo, e sono cresciuti più del doppio quelli per lo sviluppo economico, per l’industria, l’artigianato e l’agricoltura.

E se non bastasse, è lo stesso Istat che, analizzando i conti del Paese, non fa che rimarcare quanto in Italia lo sviluppo sia intimamente legato alla forza dei territori.

Infatti, mentre lo Stato nel 2004 ha fatto segnare un indice di incidenza della spesa nettamente in negativo, investendo addirittura l’8% in meno del 2001, l’incidenza di Regioni, Province e Comuni nel 2004 è stata pari al 70% del totale, con ben 7 punti in più rispetto al 2001. 

Abbiamo fatto la nostra parte: dal 2001 al 2003 le Regioni hanno incrementato le spese per gli investimenti del 23% , i Comuni del 19%, le Province del 28%.

Abbiamo iniettato denaro fresco nell’economia in una situazione congiunturale di recessione o al meglio di stagnazione, sostenendo le imprese locali, la piccola imprenditoria, i nuovi mestieri, che sono l’ossatura del nostro paese, abbiamo contribuito significativamente a garantire la coesione sociale e speriamo che presto la ripresa ci consenta di lasciare tutto ciò alle nostre spalle.

Conclusioni

Care colleghe, cari colleghi prima di concludere voglio soffermarmi a parlare della nostra Associazione, e di quanto essa sia in buona salute.

Abbiamo dato vita ad una maggiore articolazione della nostra organizzazione, è nata  la Consulta delle Pari Opportunità, ci sono nuovi coordinamenti, come quello per le politiche giovanili, entrambi segno di un rinnovato desiderio di rispondere alla necessità di sempre maggiore partecipazione.

Dalla prima assemblea nazionale delle amministratrici e delle elette che si è svolta di recente a Bologna, cui sono intervenute centinaia  di colleghe da tutta Italia, è emersa la richiesta di accrescere nelle Province, politiche capaci di promuovere la parità di genere in ogni aspetto, politico, sociale, culturale del Paese. Ma anche la volontà di creare una rete di donne, capace di agire di raccordo e di portare a compimento azioni concrete.

I nostri Presidenti di Consiglio hanno costruito un percorso di presenza nell’associazione, che si è recentemente consolidato a Milano e che non mancherà di ricevere attenzione perché possa dare il suo contributo, soprattutto al dibattito sul ruolo delle assemblee elettive nel nostro paese.
 
Una rete che si aggiunge alle altre che l’Upi ha voluto e ha promosso in ognuna delle nostre strutture, nelle consulte, nei dipartimenti, che vede gli amministratori provinciali impegnati a lavorare per produrre unitariamente modelli, progetti e proposte da riportare sui territori, che ogni giorno dialoga, si confronta, trova soluzioni innovative, cerca strade alternative per lo sviluppo e per il bene delle nostre comunità.

Sulla nostra rinnovata rivista troverete la sintesi delle iniziative che hanno contraddistinto l’attività dell’Upi in questo anno e lascio a voi il giudizio su ciò che siamo riusciti a fare; per quanto mi riguarda, ad un anno di distanza, non posso che confermare quanto sostenni al congresso: le province italiane hanno assunto la consapevolezza di rappresentare uno snodo centrale nell’assetto istituzionale del paese,  hanno oggi una classe dirigente di grande qualità, sono governate da donne e uomini che crescono negli indici di notorietà e di stima, e che fanno giornalmente la loro parte, in frontiera, per accrescere la credibilità delle istituzioni nel nostro paese.
 
L’associazione sta lavorando molto e può farlo grazie all’impegno dei vice presidenti, del presidente del direttivo, dei componenti la presidenza, a tutti va il mio ringraziamento per la passione con cui abbiamo iniziato il nostro cammino, possibile anche grazie alla professionalità della struttura guidata con grande competenza dal nostro direttore generale.

In un momento così difficile, nei rapporti con il Governo e con il Parlamento, con le forti ripercussioni che ha avuto sullo scenario politico la difficile crisi economica del Paese, e con la scadenza delle prossime elezioni politiche sempre più imminente, l’unica strada che ci resta è la crescita della nostra capacità di proposta che abbiamo il dovere di costruire nell’unità.

L’unità dell’associazione resta il faro del nostro agire quotidiano, perché essa è bene raro negli scenari della politica.

Abbiamo unitariamente condotto le nostre battaglie, cercando di costruire, ogni volta che ci è stato possibile, un fronte comune con le altre associazioni delle istituzioni locali, convinti come siamo che solo così potremo avere la forza di continuare a ribadire il valore dei territori e delle nostre comunità.

Lo abbiamo fatto, ricordando sempre la storia delle associazioni in cui siamo impegnati, e ricordandoci i doveri che da questa storia ci provengono.

Lo abbiamo fatto consapevoli che ogni qual volta cediamo eccessivamente alle sirene dell’appartenenza politica rischiamo di indebolire il sistema che rappresentiamo.

Quel sistema, il sistema delle province ha bisogno di paladini forti e liberi perché solo così si possono dignitosamente servire le nostre comunità e contribuire, per la nostra parte, a costruire un paese migliore.
 
Ieri un prestigioso quotidiano ospitava nelle pagine della cultura una riflessione che credo sia il caso di approfondire; da un lato l’affermazione che le grandi città hanno fatto celebre l’Italia ma ciò che realmente la tiene assieme è la provincia e dall’altro una tesi che ne certifica la fine per l’irrompere della tecnologia e del mercato globale che annullano le distanze e l’isolamento ed uniformano la vita di tutti noi alla vita della città.

Credo ci sia un errore in entrambe le analisi; esse scontano una lettura nostalgica ed un po’ ottocentesca.

La provincia italiana è sicuramente migliore qualità della vita, è stile di vita, è paesaggio, è luogo dove la terra e le radici assumono un valore fondante ed identificativo, è certamente luogo di minore solitudine e di maggiore coesione ma la provincia italiana è anche innovazione, è distretto industriale di qualità, è luogo della ricerca, è vivacità artistica e culturale, è forza del territorio, è luogo dei nuovi mestieri.

E se sapremo tenere insieme entrambe le cose, se sapremo dar forza al valore della dimensione e sostenere la qualità dei servizi e l’innovazione, allora la provincia sarà sempre di più l’Italia, sarà sempre di più il nostro paese.   

 
In allegato, il testo della relazione in allegato

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Redattore: Barbara Perluigi
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